Tramonta il sole dell’avvenire

 

Roberto Robert ha dato alle stampe il suo secondo romanzo dal titolo: “Rossa la sera dell’avvenire”. Lo abbiamo intervistato per conoscere meglio il perché di questa fatica letteraria.
“Gli anni di piombo si sono lasciati alle spalle un lungo elenco di morti e feriti, povere vittime di un furore fine a se stesso o di progetti utopistici sterili di risultati. Questo romanzo, oltre che un bel racconto, vuole essere anche un tentativo di mettere a fuoco un periodo tra i più complessi ed inquietanti della storia della Repubblica?”
“Certamente il decennio compreso tra l’attentato di piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969 e la strage alla stazione di Bologna, il 2 agosto 1980, è stato uno dei più tragici della nostra storia recente; e la pubblicazione di un romanzo, proprio nell’anno del 150° della nascita dello Stato italiano, può contribuire a conoscerne meglio i vari aspetti, soprattutto per chi per motivi anagrafici non c’era o era ancora troppo piccolo. E’ stato un periodo buio dal quale siamo usciti, anche se a fatica e a caro prezzo, e anch’esso fa parte della nostra storia patria, del nostro vissuto. Vorrei però sottolineare che il libro resta comunque un romanzo e come tale andrà giudicato, non ho la pretesa di aver scritto un saggio o un libro di storia.”
“Ci vuole indubbiamente coraggio ad affrontare un argomento del genere, visto che certe ferite sono ancora aperte come dimostra il recente caso Battisti. Infatti i romanzieri di solito preferiscono raccontare periodi distanti nel tempo, ormai ben definiti e caratterizzati, mentre qui la materia è ancora calda e i conti – come si diceva – non sono ancora del tutto chiusi. Cosa la ha indotta ad affrontare un tema così scomodo, mentre potevano esserci altri e più agevoli sentieri da percorrere?”
“Nell’introduzione al libro ho scritto che quegli anni rappresentano una sorta di limbo, non più cronaca ma nemmeno ancora storia. Qualche anno fa, in una scuola di Milano, rispondendo ad un questionario diversi studenti hanno scritto che ‘Aldo Moro era il capo delle Brigate Rosse’; ho compreso allora che occorreva fare qualcosa, anche se certo non attribuisco la colpa a quei ragazzi ma a chi non li ha educati e preparati a dovere. L’Italia, commentava amaramente Ugo Oietti, è un Paese di contemporanei, senza antenati né posteri, perciò senza memoria. Il mio libro è forse solo una goccia nel mare dell’ignoranza, ma da qualche parte bisogna pur cominciare.”
“La protagonista del libro, Mafalda Testa, nel 1970 ha 11 anni proprio come l’autore. Credo che la scelta non sia stata causale: quanto hanno inciso allora i suoi ricordi di bambino nella narrazione?”
“Ho ancora in mente come fosse oggi la mia paura dopo piazza Fontana. Erano i giorni di Santa Lucia, per un bambino un periodo magico, e in televisione passavano immagini mai viste prima, i corpi straziati, la devastazione. E pure negli anni successivi, i cortei, gli omicidi, le bombe. Noi ragazzini abbiamo sempre giocato alla guerra immedesimandoci nei cowboys o negli aviatori dei film e dei fumetti. Però quel tempo doloroso ci ha mostrato che purtroppo la vita non è un gioco, e che l’uomo, istigato da ideologie aberranti, non ha rispetto per la vita altrui, anzi giunge ad uccidere in nome delle proprie idee, tra le quali una in particolare, il ‘sole dell’avvenire’ che viene richiamato indirettamente nel titolo. In questo romanzo di casuale non c’è proprio nulla.”
“Una singolarità del romanzo, e anche una delle sue maggiori attrattive, è la duplice lettura della realtà data dai diversi personaggi. Infatti alla protagonista la natura appare ridente e solare, la città aperta al futuro ed alla speranza; per il terrorista invece la campagna è solo una tana nella quale nascondersi, e la città un campo di battaglia. Anche il linguaggio, a volte familiare a volte crudo, aderisce a questa duplicità. Come le è riuscito questo difficile gioco di specchi?”
“E’ stata certo la parte più impegnativa. Nelle pagine del libro c’è un continuo rincorrersi di rimandi, di situazioni, di luoghi, di personaggi; e nello scrivere ho dovuto quasi giungere ad una sorta di scissione, pensavo come Mafalda quando narravo le sue vicissitudini, e tentavo di immedesimarmi nei terroristi nella descrizione delle loro azioni. Non è stato agevole, però spero che l’esito risulti apprezzabile. Inoltre mi è stato molto difficile non oltrepassare una linea sottilissima ma pericolosa, quella dello scrittore che si affeziona troppo ai propri personaggi. Qualcuno, ancora oggi, ha un’idea romantica della rivoluzione e dei suoi protagonisti; ma chi ne scrive con coscienza deve tracciare dei confini molto netti: le idee possono avere un loro fascino, ma gli assassini restano tali, anche se cercano giustificazione proprio dalle idee.”
“Il colloquio tra due personaggi del romanzo, che si ritrovano dopo 40 anni, lascia un po’ di amaro in bocca. E’ il pessimismo della ragione, che tuttavia non esclude l’ottimismo della volontà?”
“I nostri giorni sono caratterizzati da una crisi che non è solo economica o finanziaria, ma soprattutto etica e morale. Gramsci scrisse questa famosa frase riguardante la ragione e la volontà quando si trovava in carcere, piegato dalla malattia, dall’isolamento, dalla mancanza di prospettive personali e politiche. Fortunatamente oggi non siamo in un regime di dittatura, certo però che il nostro futuro è minato da ansie e preoccupazioni non di poco conto. Negli ultimi decenni abbiamo avuto una Guerra mondiale, poi la Guerra fredda, poi la paura della bomba atomica, quindi il terrorismo politico, e ancora le grandi stragi di mafia; oggi le paure più angosciose riguardano la situazione internazionale con i suoi molti scenari di guerra sparsi per il mondo. In passato siamo sempre riusciti a superare le difficoltà, riuscendo ad esprimere energie e volontà forse insperate. Il libro lascia un finale aperto, ognuno può poi rifletterci nel modo che ritiene più opportuno.”

Angelo Mario Ferrari

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